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Probiotici “su misura” per cane e gatto: due nuovi ceppi host-adapted mostrano attività antimicrobica e immunomodulante

Probiotici “su misura” per cane e gatto: due nuovi ceppi host-adapted mostrano attività antimicrobica e immunomodulante

Limosilactobacillus reuteri DF/KS2 ed Enterococcus faecium CM/BS2 hanno mostrato in vitro caratteristiche compatibili con un possibile impiego come probiotici specifici per cane e gatto.

Due ceppi batterici isolati direttamente dal microbiota di animali sani — Limosilactobacillus reuteri DF/KS2, ottenuto dalle feci di un cane Kangal, ed Enterococcus faecium CM/BS2, isolato dal latte di una gatta British Shorthair — hanno mostrato in vitro caratteristiche compatibili con un possibile impiego come probiotici specifici per cane e gatto. Lo studio, pubblicato nel 2026 su Veterinary Research Communications da Fadime Kiran e colleghi dell’Ankara University, ha evidenziato attività antimicrobica ad ampio spettro, buona resistenza alle condizioni gastrointestinali simulate, capacità di adesione alle cellule epiteliali e un effetto immunomodulante su macrofagi canini e felini.

Per il veterinario, il punto di interesse è soprattutto concettuale: non tutti i probiotici sono equivalenti e la provenienza del ceppo potrebbe essere rilevante. Gli autori partono infatti dall’ipotesi che microrganismi isolati dal microbiota dell’ospite target possano avere una maggiore fitness ecologica e una migliore capacità di interagire con l’ambiente intestinale rispetto a ceppi di origine non adattata.

Da 56 isolati a due candidati probiotici

I ricercatori hanno raccolto campioni di latte e tamponi rettali da cani e gatti clinicamente sani. In totale sono stati ottenuti 56 isolati di batteri lattici, successivamente sottoposti a screening per attività antimicrobica.

Solo otto isolati sono risultati in grado di inibire tutti i patogeni testati, mentre due hanno mostrato un’attività particolarmente marcata e ad ampio spettro: L. reuteri DF/KS2 ed E. faecium CM/BS2. L’identificazione è stata effettuata prima mediante MALDI-TOF (Matrix-Assisted Laser Desorption/Ionization-Time Of Flight) e poi confermata tramite sequenziamento del gene 16S rRNA.

I patogeni utilizzati nello screening comprendevano MRSA, Escherichia coli O157:H7, Pseudomonas aeruginosa e Salmonella typhimurium, quindi microrganismi di rilievo sia clinico sia microbiologico.

Attività antimicrobica e possibile esclusione competitiva

Entrambi i ceppi hanno mostrato attività inibitoria contro tutti i patogeni testati. Il fenomeno, secondo gli autori, sembra essere legato soprattutto alla produzione di acidi organici e alla riduzione del pH, più che a sostanze proteiche come batteriocine, dato che l’attività antimicrobica si perdeva dopo neutralizzazione.

Un altro risultato interessante riguarda la capacità di aggregazione. L. reuteri DF/KS2 ha mostrato un’auto-aggregazione pari a circa il 90%, mentre E. faecium CM/BS2 si è attestato intorno all’81%. Entrambi hanno inoltre co-aggregato efficacemente con E. coli e MRSA.

In termini pratici, questi parametri vengono utilizzati come indicatori indiretti della capacità di un ceppo di aderire alle superfici intestinali e di interferire con il legame dei patogeni.

Buona adesione alle cellule epiteliali

Nelle prove su cellule Caco-2, L. reuteri DF/KS2 ha raggiunto un’adesione del 54,2%, mentre E. faecium CM/BS2 del 42,6%. Entrambi i ceppi hanno inoltre ridotto significativamente l’adesione di MRSA ed E. coli O157:H7 rispetto ai controlli non trattati.

Per gli autori, questo rafforza l’ipotesi di un possibile ruolo come barriera biologica contro la colonizzazione da parte di microrganismi potenzialmente patogeni.

Va però sottolineato che il modello utilizzato è in vitro e basato su cellule Caco-2 umane, non su epitelio intestinale canino o felino. Il dato è quindi utile come screening funzionale, ma non equivale a dimostrare colonizzazione o efficacia clinica nell’animale.

Sopravvivenza al transito gastrointestinale simulato

Per essere un candidato probiotico, un microrganismo deve mantenere una buona vitalità anche in condizioni acide e in presenza di enzimi digestivi e bile.

Entrambi i ceppi hanno mostrato una discreta resistenza. A pH 2 la vitalità si riduceva in modo sostanziale, mentre a pH 3 la sopravvivenza era decisamente maggiore. E. faecium CM/BS2 ha mostrato una maggiore resistenza all’acidità, mentre L. reuteri DF/KS2 è risultato leggermente più tollerante a pancreatina e sali biliari.

Gli autori sottolineano che queste caratteristiche sono compatibili con la possibilità di raggiungere il tratto intestinale in quantità vitali, anche se la reale colonizzazione dovrà essere dimostrata in vivo.

Profilo di sicurezza: nessuna emolisi e sensibilità agli antibiotici

Un elemento particolarmente rilevante per la selezione di un probiotico veterinario riguarda la sicurezza microbiologica.

Nessuno dei due ceppi ha mostrato attività emolitica. Inoltre, entrambi sono risultati sensibili agli antibiotici valutati nei test previsti dalle linee guida EFSA e CLSI.

Questo aspetto è tutt’altro che secondario, soprattutto per E. faecium, specie nella quale la presenza di determinanti di antibiotico-resistenza rappresenta una criticità nota. Gli autori ricordano infatti che ceppi commerciali destinati agli animali da compagnia possono talvolta ospitare più geni di resistenza.

Per il clinico, è un richiamo importante: la sicurezza di un probiotico va valutata a livello di ceppo, non semplicemente sulla base della specie batterica dichiarata.

Effetto immunomodulante su cellule canine e feline

La parte più interessante dal punto di vista immunologico riguarda i test condotti su macrofagi canini DH82 e felini Fcwf-4 stimolati con lipopolisaccaride di E. coli.

Nel modello canino, L. reuteri DF/KS2 ha ridotto TNF-α di 2,43 volte e IL-6 di 5,51 volte rispetto alle cellule di controllo stimolate con LPS. Nel modello felino, E. faecium CM/BS2 ha ridotto TNF-α di 1,85 volte e IL-6 di 5,13 volte. Entrambi i ceppi hanno inoltre aumentato significativamente IL-10, una citochina a funzione antinfiammatoria, e ridotto la produzione di ossido nitrico.

Questi risultati suggeriscono una capacità di modulare la risposta infiammatoria, ma ancora una volta si tratta di dati ottenuti in vitro.

Anche un potenziale antiossidante

Entrambi i ceppi hanno mostrato attività di scavenging verso il radicale DPPH. L. reuteri DF/KS2 ha raggiunto il 66,1%, mentre E. faecium CM/BS2 circa il 52,1%.

Il risultato aggiunge un ulteriore elemento al profilo funzionale dei due microrganismi, anche se il significato clinico di un test antiossidante in vitro non può essere automaticamente trasferito all’animale.

Host-adapted: un vantaggio reale o ancora da dimostrare?

La novità più interessante dello studio riguarda probabilmente l’origine dei ceppi.

Gli autori sottolineano che molti probiotici studiati nel cane e nel gatto derivano da fonti non specifiche per l’ospite. Al contrario, ceppi isolati dal microbiota autoctono potrebbero avere una maggiore capacità di sopravvivere, aderire e persistere nell’ecosistema intestinale della specie target.

La letteratura citata nel lavoro mostra, per esempio, che ceppi di Enterococcus di origine canina possono aderire alla mucosa del cane meglio di ceppi della stessa specie provenienti dal pollame. Allo stesso modo, un Lactobacillus acidophilus canino ha mostrato una migliore adesione al muco colico del cane rispetto a ceppi di origine suina o umana.

È quindi plausibile che la specificità per l’ospite possa rappresentare un criterio utile nella selezione dei probiotici veterinari. Ma al momento resta soprattutto un razionale biologico, non ancora una prova di superiorità clinica.

Per il veterinario, il dato più importante è la selezione del ceppo

Lo studio non dimostra che L. reuteri DF/KS2 o E. faecium CM/BS2 siano già efficaci nel trattamento di patologie gastrointestinali o immunitarie nel cane e nel gatto.

Tutte le valutazioni funzionali sono state infatti condotte in vitro. Non sono stati studiati animali con enteropatia, diarrea o disbiosi, né sono stati misurati outcome clinici.

Il valore del lavoro sta piuttosto nel mostrare quanto rigorosa debba essere la caratterizzazione di un candidato probiotico: origine, identificazione a livello di ceppo, sicurezza, sensibilità agli antibiotici, resistenza alle condizioni gastrointestinali, capacità adesiva, attività antagonista verso i patogeni e risposta immunitaria.

Gli stessi autori concludono che saranno necessari studi in vivo per confermare colonizzazione, sicurezza ed efficacia nel tratto gastrointestinale di cani e gatti.

Per la pratica veterinaria, quindi, il messaggio è netto: il futuro dei probiotici per animali da compagnia potrebbe essere sempre più species-specific e strain-specific, ma la promessa biologica deve essere confermata sul paziente reale prima di poter parlare di beneficio clinico.

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