Fenomenologia del microbiota intestinale nell’evoluzione degli animali domestici

L'addomesticamento degli animali, così come il passaggio a un ambiente industrializzato per gli uomini, ha prodotto effetti significativi sulla comunità intestinale microbica.

Pubblicato il
, diMassimo Barberi

Il passaggio dallo stato selvaggio all’ambiente domestico ha modificato il microbiota dei nostri amici a quattro zampe, e ricalca quello che a cui gli uomini sono andati incontro nell’evoluzione da cacciatori raccoglitori al mondo industrializzato.

Da quando nel Paleolitico, noi umani, eravamo cacciatori e raccoglitori a oggi molte cose sono cambiate nel nostro stile di vita. Ed è radicalmente cambiata anche la composizione del nostro microbiota. Un cambiamento simile è avvenuto nel passaggio evolutivo degli animali che hanno smesso di vivere allo stato selvaggio e sono stati addomesticati.

Ma cosa ha determinato questo switch del microbiota nei nostri amici a quattro zampe? Dieta, ambiente e interazioni sociali sono certamente i driver più forti. 

Lo studio della University of New Mexico

Uno studio recente ha messo a confronto il microbiota intestinale di mammiferi selvatici e domestici e, in parallelo, quello di scimpanzé ed esseri umani. Secondo i ricercatori della University of New Mexico, che hanno pubblicato i loro risultati sulla rivista eLife, esiste una sorta di parallelismo nell’evoluzione del microbiota intestinale dei pet, dalla vita selvaggia a quella domestica, e in quello umano, nel passaggio all’industrializzazione.

Un cambiamento ecologico “condiviso”, quindi, il nostro e quello di cani e gatti. In cui la dieta sembra giocare un ruolo importante, ma non sembra essere l’unico fattore decisivo.

Come hanno fatto a raggiungere queste conclusioni? In pratica, il team di ricercatori statunitensi ha raccolto campioni fecali di mammiferi selvatici e domestici per ottenere informazioni genetiche sulle comunità microbiche intestinali. 

Sebbene non abbiamo inizialmente riscontrato un “segno” distintivo dell’addomesticamento, i ricercatori hanno osservato un cambiamento comune nella composizione microbica di tutti gli animali domestici. Una sorta di “firma” nel microbiota intestinale tipica del pet di casa. Hanno quindi provato a scambiare le diete di animali selvaggi catturati con quelli domestici, scoprendo così che la dieta può soltanto in parte cancellare le differenze di microbiota tra i due gruppi. 

A questo punto è sorto nei ricercatori un dubbio: è possibile rendere “selvatico” il microbiota intestinale di un animale addomesticato? Hanno condotto quindi una serie di trapianti fecali su topi di laboratorio, usando come biomassa le feci di topi selvatici. Dopo di ché li hanno nutriti per un certo periodo con una dieta tipica del topo non domestico. Hanno potuto così registrare che il trapianto fecale è sufficiente per modificare il microbiota dei topi da laboratorio verso il profilo del donatore selvatico, e che la dieta non è di alcun aiuto.

Differenze tra cani e lupi

Quindi sono passati a studiare i cani e i lupi. Anche qui hanno provato a scambiare le diete e quello che hanno trovato è interessante: mentre i lupi hanno acquisito una maggiore diversità microbica quando sono stati nutriti con il classico cibo per cani, i cani hanno invece perso diversità microbica se nutriti con carcasse. 

Infine hanno confrontato gli scimpanzé selvatici con gli esseri umani che vivono in contesti industrializzati o non industrializzati, proprio per individuare eventuali parallelismi tra l’addomesticamento e l’industrializzazione. È emerso che il profilo microbico degli esseri umani non industrializzati è più simile a quello degli scimpanzé, rispetto a quello delle loro controparti industrializzate. Questi ultimi infatti sembrano avere un profilo più simile ai loro animali domestici.

Che conclusioni possiamo trarre? La prima è che l’addomesticamento degli animali, così come il passaggio a un ambiente industrializzato per gli uomini, ha prodotto effetti significativi sulla comunità intestinale microbica. Ma non solo: conoscere e approfondire queste differenze potrebbe essere essenziale per comprendere meglio la relazione ospite-microbioma-ambiente e per studiare e prevenire gli spill over (zoonosi). Inoltre, potrebbe rivelarsi anche una chiave di volta per affrontare il problema dei batteri resistenti agli antibiotici ospitati negli animali domestici.

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