Da una revisione critica della letteratura sul tema, emergono i limiti degli studi clinici, ma anche alcune indicazioni pratiche
Per certi aspetti rappresenta una guida critica all’interpretazione degli studi condotti sull’impiego dei probiotici nei problemi gastroenterologici del cane e del gatto questa approfondita panoramica della letteratura che Silke Salavati Schmitz dell’Università di Edimburgo ha pubblicato su Veterinary Clinics of North America: Small Animal Practice. Nella sua analisi, per esempio, l’autrice fa prima di tutto notare che la definizione stessa di probiotico viene spesso utilizzata in modo improprio e che questo settore, così promettente, non è ancora regolamentato in modo adeguato dalle varie autorità nazionali. Questa difformità di fondo riguarda anche gli studi sull’azione dei probiotici, molti dei quali condotti su animali di laboratorio, colture cellulari o altri sistemi ex vivo, mentre i trial sull’uomo sono spesso caratterizzati da numeri ridotti e raramente sono impostati in modo adeguato. E in ambito veterinario gli studi di qualità sull’efficacia dei probiotici nei cani e nei gatti sono ancora meno numerosi.
Il campionario dei difetti d’impostazione dei trial
Partendo da questi presupposti, il lavoro prende in esame le definizioni di probiotici, prebiotici, simbiotici e postbiotici, descrive la regolamentazione, i controlli di qualità e di sicurezza dei probiotici negli Stati Uniti e ripercorre i meccanismi d’azione ipotizzati per queste sostanze. Quando però vengono passati in rassegna gli studi sull’impiego dei probiotici nei problemi gastroenterici dei cani e dei gatti emergono diversi difetti di impostazione che spesso rendono inaffidabili i risultati. In alcuni lavori, per esempio, i ceppi batterici utilizzati sono stati isolati appositamente e gli effetti non sono quindi riproducibili. Molti studi riguardanti i problemi gastrointestinali acuti e cronici sono poi penalizzati da diversi limiti: non prevedono, per esempio, il gruppo di controllo oppure i criteri di inclusione sono inappropriati (per esempio comprendono animali con diarrea di origine non specificata, o con malattie infettive quando si sta valutando la diarrea da stress e così via). In questi casi, come sottolinea l’autrice, l’azione del probiotico è difficile da valutare e i risultati non sono affidabili. Altrettanto spesso, nonostante criteri d’inclusione adeguati e una stratificazione delle patologie corretta, i numeri degli animali coinvolti sono troppo ridotti e i risultati non hanno una sufficiente significatività statistica. Anche l’impiego di svariate sostanze a potenziale azione probiotica in differenti dosaggi e in molteplici condizioni è un limite, dato che in base alle attuali evidenze scientifiche gli effetti molecolari dei probiotici sono genere-specifici, specie-specifici e ceppo-specifici. Soprattutto nella valutazione del microbiota, infine, sono pochi i lavori che utilizzano le tecniche molecolari più avanzate – come la PCR quantitativa in real time – che consentono di ottenere dati più aderenti alla realtà.
Le indicazioni pratiche provenienti dalla letteratura
Dall’analisi della letteratura emergono comunque anche alcune indicazioni pratiche. Evidenze preliminari suggeriscono, per esempio, che alcuni probiotici e simbiotici possono essere efficaci in certe forme gastrointestinali acute o di natura infettiva, cioè nella parvovirosi e nella gastroenterite emorragica del cane e nell’infezione da Tritrichomonas fetus nel gatto, mentre sono contrastanti i risultati nell’enterite acuta aspecifica o idiopatica. Gli effetti sulle forme gastrointestinali croniche non infettive sono stati studiati solo sul cane, dimostrando qualche beneficio con la somministrazione aggiuntiva di probiotici nei casi di diarrea sensibile alla tilosina (TRD, Tylosin diarrhoea). Dal lavoro emerge anche che, sempre nel cane, il probiotico non batterico S. boulardii o una miscela specifica di lattobacilli e bifidobatteri consentono di ridurre la severità dell’enteropatia responsiva agli immunosuppressori (spesso sinonimo di IBD idiopatica) e inducono un microambiente più tollerogenico a livello della mucosa intestinale, con un’efficacia analoga a quella che caratterizza il trattamento a base di antibiotici e steroidi. Specifiche combinazioni di probiotici possono risultare utili anche nel gatto con costipazione cronica, ma questo utilizzo richiede ulteriori studi.
I probiotici come argine potenziale agli antibiotici
Silke Salavati Schmitz conclude la propria panoramica sottolineando che ancora oggi i cani e i gatti che presentano forme gastrointestinali acute e croniche vengono troppo spesso trattati con antibiotici in modo empirico e senza una precisa indicazione. Anche questo aspetto ribadisce la necessità di disporre di trial sempre più affidabili sull’impiego dei probiotici: in questo modo, infatti, sarebbe possibile ridurre il ricorso all’antibioticoterapia impropria, soprattutto nei casi non complicati di diarrea, con un significativo contributo alla salute globale, riducendo la diffusione dell’antibioticoresistenza.
Reference
Schmitz SS. Value of Probiotics in Canine and Feline Gastroenterology. Vet Clin North Am Small Anim Pract. 2021;51(1):171-217